Caro Generale Lee,
Ormai il calcio è questo, anzi lo è da tempo. E non è un fattore attribuibile esclusivamente ai magnati, o alle televisioni. La crescita esponenziale della "richiesta" di calcio, da parte degli sportivi, ha fatto si che in pochi anni, quelo che era considerato lo sport, si Nazionale, ma praticabile all'Oratorio, divenisse un qualcosa da gestire e spremere, alla stessa stregua di un qualsiasi altro prodotto di mercato.
Ecco quindi che si passa dalle normali maglie da gioco, a quelle supersponsorizzate e altamente personalizzate. Dal tanto amato (ma solo) 90° minuto a trasmissioni no stop per l'intera giornata, con telecamere piazzate ovunque. Dalla "Sacralità" della partita domenicale, allo spezzatino degli anticipi e postici.
Insomma, una serie di iniziative ed investimenti che hanno portato il nostro amato calcio a questa sorta di business to business. Di tutto questo, la cosa che più mi addolora è che sono riusciti a togliere i ragazzini dalle strade. Sino a qualche tempo fa (molto tempo fa purtroppo) ogni piazza del paese era teatro gioioso di ragazzi che inseguivano una palla, dove la porta era caratterizzata da una serranda di un garage, piuttosto che da due giubotti poggiati a terra.
Oggi quei ragazzi non ci sono più. E' vero, ora ci sono le console, i Pc, i nostri ragazzi preferiscono il ludico piuttosto che all'aria aperta. Ma quando si dedicano al calcio, lo fanno non più con la gioia di correre dietro ad una palla, ma bensì in centri sportivi super-attrezzati, con abbigliamento firmato, e con l'unico scopo di dover giocare ad ogni costo in serie A.
Giusta l'aspirazione, ma la cosa più grave è che i primi a volere una cosa del genere sono i propri genitori. Quei genitori, anche loro cambiati nel tempo, che al massimo, a quelli della mia generazione, compravano un "Super-Santos" ogni tanto. E che oggi invece invadono le tribune dei campi, inveendo contro gli allenatori, se il proprio figlio resta in panchina.
Stfano Cordeschi
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