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Quelli che ha dopato Agricola, schiatteranno tra qualche anno... dai tempo al tempo! Delpiero e Vialli per me ai 50 nun c'arrivano!!!! ![]()
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... sta mano pò esse fero e po esse piuma ...
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UNICA FEDE IN TUTTO IL MONDO INTERO |
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A quei tempi si facevano tante di quelle flebo di corteccia surrenale che non vi dico...ma non è morto solo Beatrice di quella Fiorentina del 1970..questo è un articolo che ho trovato su google..senza scordare la pasticca neroazzurra che "il mago" Herrera dava ai suoi giocatori ai tempi dell'Inter..vi consiglio di leggere i due documenti anche se sono lunghi..ne vale la pena per farsi un'idea dello schifo del passato..che non si sapeva...
Le vedove del pallone: «Riaprite il processo» Di Massimiliano Castellani Bruno Beatrice, morto a 39 anni: leucemia linfoblastica acuta; Nello Saltutti, morto a 56 anni, infarto: Ugo Ferrante morto a 59 anni, calcinoma spinocellulare. Tre calciatori, tre amici, tre compagni di squadra nella Fiorentina degli anni '70. Grazie al grido accorato della vedova di Bruno Beatrice, Gabriella Bernardini, che chiedeva «giustizia» per lei e i suoi due figli, Claudia e Alessandro, sulla misteriosa fine di suo marito, si venne a conoscenza di strane pratiche che avvenivano nello spogliatoio viola. Confermate in seguito dalle denunce volontarie di altri calciatori viola malati, spaventati, o semplicemente desiderosi di abbattere la barriera di omertà che regna da sempre nel mondo del pallone. «Oggi ho la certezza che è stato il calcio ad uccidere mio marito», è andata ripetendo in questi anni Gabriella Bernardini, convinta che il suo dolore non fosse così isolato. Tante sono oggi le vedove del calcio e per queste donne e i loro figli, ha deciso di fondare una "Associazione per le vittime del doping": «Voglio creare una Associazione che raccolga fondi e dia ogni tipo di sostegno a tutte quelle famiglie di calciatori malati o morti per colpa del doping e di strani farmaci assunti in carriera. Fondi che potrebbero arrivare da nostri eventi o devoluti dalle squadre con parte degli incassi di una domenica di campionato. Il nostro scopo è di sollecitare normative precise e severe per il controllo effettivo del doping e per tutelare la salute dei giovani atleti . Ecco, questo sarebbe il segno di una nuova sensibilità nei confronti di una realtà drammatica: i tanti giocatori come Bruno che sono stati uccisi dal calcio». Una morte quella di Beatrice condita dal mistero di cartelle cliniche scomparse nel nulla e una denuncia di omicidio colposo al tribunale di Arezzo sporta dalla moglie e archiviata da quello di Firenze nel 2000. Ora però, a seguito di nuovi elementi emersi negli anni successivi, anche per le denunce spontanee di alcuni calciatori vio la, l'inchiesta è stata riaperta dal pm Bocciolini su autorizzazione del Gip. Tutti i giocatori di quella Fiorentina degli anni '70 si presume che verranno ascoltati uno per uno dai marescialli Ferrante e Ostili dei Nas di Firenze nei prossimi giorni. Molti di loro si erano già presentati dal pm di Torino, il giudice Guariniello, altri come Giancarlo Antognoni (colpito da infarto a 50 anni nel 2004) hanno confermato recentemente tutta una serie di episodi in cui è inconfutabile che in quegli anni nello spogliatoio viola si abusasse con i medicinali (Micoren e Cortex su tutti). Con la riapertura dell'inchiesta si indaga anche sull'ipotesi di omicidio preterintenzionale, oltre che per la morte di Beatrice anche per quelle di Saltutti e Ferrante. «Per il reato di omicidio preterintenzionale - spiega Odo Lombardo, avvocato della famiglia Beatrice unitamente all'avvocato Silvana Melardi - occorrerà dimostrare la continuità del reato. Ma oltre a Beatrice, ora noi abbiamo due calciatori morti, Saltutti e Ferrante che giocavano nella stessa squadra. Morti che si sono verificate negli ultimi due anni». L'inchiesta sta procedendo e adesso è possibile ipotizzare perizie medico-legali (verranno acquisiti i vetrini di Beatrice dall'ospedale di Careggi) dopo di che si potrebbe arrivare a un processo già nel 2006 in cui si ipotizzano responsabilità penali e civili. «La responsabilità penale - spiega l'avvocato Lombardo - ricadrebbe su quelle persone che hanno somministrato le sostanze ai calciatori viola. Parliamo dello staff sanitario della società e a questo punto sarebbe importante capire chi sia e che ruolo ha avuto quel prof. De Giuli, di cui parla il prof. Anselmi (medico sociale di quella Forentina) proprio in una intervista rilasciata ad Avvenire. De Giuli avrebbe ordinato le Roentgen a Beatrice nonostante il parere preventivo contrario del prof. Perugia, forse la massima autorità di allora nel campo della medicina sportiva. La responsabilità civile invece c oinvolgerebbe la Fiorentina dell'allora presidente Ugolini e anche in questo caso sempre lo staff medico viola». Riuscire ad arrivare al processo per il "caso Beatrice" significherebbe automaticamente riaprire quelli per Saltutti e Ferrante, le cui famiglie si stanno muovendo legalmente sulla scia di Gabriella Bernardini. «Patrocinerei volentieri anche la signora Ferrante - continua l'avvocato Lombardo - : sia lei che la moglie di Beatrice percepiscono appena 400 euro di pensione dei loro mariti, è tutto quello che la Federazione ha fatto per loro in questi anni. Quando ancora giocava Beatrice il presidente della Figc era già Franco Carraro. La Federazione in questi anni non mi sembra che abbia fatto molto per combattere il doping nel calcio, di conseguenza il mondo del pallone pur parlandone di più, grazie all'intervento dei media, non ha ancora preso coscienza della gravissima piaga che lo tormenta». Questa invece è la testimonianza shock di Ferruccio Mazzola, fratello del ben più noto Sandro... Pasticca nerazzurra di Alessandro Gilioli Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora colloquio con Ferruccio Mazzola Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio. A che cosa si riferisce, Mazzola? «Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter». Cosa c'era in quelle pasticche? «Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...». Suo fratello? «Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...». A chi si riferisce? «Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...». A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni. «Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma». Perché? «Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità». Ma lei di Facchetti non era amico? «Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti». Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni? «Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...». Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni? «Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...». De Sisti smentisce di essersi dopato. «"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...». E alla Lazio? «Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno». Altre squadre? «Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?». Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni... «Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio». Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario... «Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così». E oggi secondo lei il doping c'è ancora? «Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...». I ragazzini? «Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».
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Giustizia per Gabbo...omicidio colposo..Assassini |
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